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La nuova letteratura
09/04/2009, 15:57 - Novitą inserita da Red. - 0 Commenti

Il romanzo italiano più atteso del momento lo ha scritto uno straniero. Direttamente in lingua italiana. E’ l’ultimo e più eclatante segnale di una realtà che si scopre consolidata e prolifica. Nel nostro paese i romanzi (ma c’è anche la poesia) di autori stranieri, nati altrove o migrati spesso da paesi poveri, che lasciano la loro lingua madre per scrivere direttamente nella lingua di Dante, sono molti: 279 secondo l’ultima rilevazione fatta per conto della Caritas da Armando Gnisci che insegna Letterature comparate a Roma e si occupa del fenomeno da più di quindici anni (tra gli altri sudi, citiamo il suo “Geografia e antologia della letteratura della migrazione”) .
Sono "Scrittori Italieni" per usare l’acuto neologismo della rivista “Internazionale” che a loro dedica ogni settimana una rubrica specifica. Il caso letterario italiano cui facevamo cenno è opera di un russo: si tratta di “Educazione siberiana” di Nicolai Lilin, nato nel 1980 in Transnistria, una regione della Siberia, quando esisteva ancora l’Unione Sovietica. Da qualche anno Lilin vive in Italia e fa il tatuatore e questo libro, pubblicato da Einaudi il 3 aprile, è stato scritto direttamente in italiano. Ricollegandoci allo scaffale della settimana scorsa, questo di Lilin è anche un resoconto narrativo di una storia nera assai singolare, quella della criminalità siberiana (di cui ha parlato anche Roberto Saviano).
Un’opera letteraria ma anche una testimonianza che l'autore stesso ha vissuto direttamente sulla sua pelle. La pelle è qui una metafora non ovvia: infatti la criminalità dell’ “onesta gente” siberiana, che Lilin racconta con i tratti di una tribù di guerrieri antichi e non quelli delle bande di volgari e crudeli predatori della mafia che conosciamo di più, quella che spadroneggia nella nuova Russia di Putin, fa infatti del tatuaggio un simbolo sacro. Segnare la pelle, come possedere un coltello, sono tra gli emblemi di un codice di appartenenza e di memoria dell’esistenza.
Lilin descrive le famiglie di Fiume Basso come gente che, pur predando le proprietà altrui o uccidendo, pur venerando le armi da fuoco su altarini domestici insieme ai crocifissi, rispetta con rigore rigide regole etiche, non stupra, non tradisce, rispetta gli anziani, aiuta chi ha bisogno.
Sono usanze, tradizioni antiche del suo popolo e che Lilin ha condiviso anche nei suoi aspetti più duri. Forse ha un tratto elegiaco che appartiene a tutte le mafie mitizzate del passato e chi le ha vissute tende ad attribuire a queste dei codici “etici” che ne fanno un’ onorata società e non piuttosto quello che alla fine sono: un gruppo di semplici e poco onesti delinquenti e assassini. Detto questo, l’aspetto che ci interessa di più è la scrittura di Lilin, il suo italiano venato qua e là dai nodi dell’alterità linguistica da cui proviene, che rafforzano tuttavia il suo stile diretto, sicuro, incisivo. L’italiano letterario è parte di quella "letteratura della migrazione" che è ormai una realtà solidissima per il nostro paese.
Addirittura molto più che in altre nazioni dell’Europa. Un paradosso, per una società che esprime una politica dell’integrazione ancora arretrata. Da noi cittadini stranieri che si producono in un ottimo italiano letterario restano stranieri. Per questo forse sono così tanti. I temi delle loro storie sono ovviamente in prevalenza di “memoria delle radici” o racconto dell’esperienza diretta della migrazione e della convivenza difficile nella nuova “patria”.
Aveva iniziato già nel 1990 Pap Kouma, con il suo “Io, venditore di elefanti” (Garzanti). Un successo di critica e pubblico che raccontava la primissima fase delle migrazioni in Italia, quando gli stranieri, per lo più africani, venivano chiamati “vu’ cumprà”.
Sarà seguita nel 1993 da “Volevo diventare bianca” (E/O) di Nassera Chohra, algerina cresciuta in Francia e dal 1989 in Italia, racconta l’intreccio della sua duplice ricerca di identità: di donna moderna che vive in occidente e di straniera senza più una patria. Dei 279 scrittori stranieri che usano la lingua italiana e pubblicano in Italia, il 50% sono donne.
Tra queste due albanesi si sono particolarmente distinte entrambe per Einaudi : Ornela Vorpsi , nel 2005 con il suo “Il paese dove non si muore mai” che – come quelli seguenti – ha al centro l’Alabania dell’era Oxa e la difficile condizione di una donna che fa i conti con la durezza dei pregiudizi verso una ragazza che guarda verso la parte occidentale dell'Europa; la seconda autrice è stata una delle rivelazioni letterarie del 2008 Anilda Ibrahimi che nel suo “Rosso come una sposa” ha raccontato una strepitosa epopea di una lotta sotterranea al maschilismo millenario delle tribù albanesi, attraverso un matriarcato sottile e silenzioso, in un contesto culturale di asprezze della vita, entro passaggio dall’antico al moderno seguito lungo l'arco di diverse generazioni di donne, con una vivacità linguistica e una sapienza narrativa non comuni.
Gli scrittori-immigrati - o "migranti" o "translinguistici" o "transculturali" : il fenomeno c’è ma un nome condiviso tra gli studiosi non ancora - non scrivono solo del loro passato e del paese che hanno abbandonato: scrivo del loro nuovo paese, ovvero l’Italia di oggi. Tra questi il più divertente e intelligente è senza dubbio “Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio” di Amara Lakhous pubblicato da E/O. La società è un condominio romano, la vita quotidiana è l’ascensore: siamo condannati al dialogo, favoriti per l’incontro, a rischio lite, ma alla fine è inevitabile la convivenza.
L’immigrazione non è diversa dalla vita che fa ogni italiano a casa sua. L’Est Europa e l’area nordafricana sono i più rappresentati nella geografia degli autori stranieri per cittadinanza e italiani per lingua di scrittura. Non mancano però esempi dall’Asia come l’indiana Laila Waida che nel suo “Amiche per la pelle” (Iannone e ora E/O) racconta di un’alleanza tra donne straniere vivono nello stesso palazzo in una via di Trieste “dimenticata dal sole e dal comune”, impegnate nell’apprendimento dell’italiano e nel salvataggi delle loro case da un imminente sfratto.
Laila Waida è anche - insieme a Ingy Mubiay Igiaba Scebo e Gabriella Kurivilla - tra le autrici raccolte in un’antologia di racconti (“Pecore nere”, Laterza) che dà voce ad uno spaccato della prima generazione dei figli di immigrati, giovani donne che, tra comico e drammatico, vivono la loro precarietà .
Ecco la giovane musulmana che vuole andare a vivere da sola, o l’indiano che si fidanza con un’italiana e così via: otto storie per dire che la quotidianità non è mai normale per chi si divide tra cultura tradizionale di provenienza e la nuova identità italiana.
Se la scrittura è un ponte tra identità, non si può non citare anche “Eloì Eloì” (Mondadori) di Alen Custovic nato nel 1981 a Mostar la città simbolo del “ponte distrutto”: un viaggio immaginario e un dialogo tra un bosniaco musulmano diventato guerrigliero e un prete italiano. Una riflessione sul dolore del mondo e di una terra, la Bosnia, dilaniata dalla guerra.
Per chiudere un romanzo che deve ancora uscire, a testimonianza del buon momento per gli scrittori 'italieni': uscirà il 6 maggio, ancora per “E/O” (di sicuro l’editore più attento a questi autori insieme a “Cosmo Iannone” anche se non i soli): “Due volte” di Jadelin Maibal Ganbo nato nel Congo nel 1976, storia di due gemelli che crescono in un istituto di suore in attesa che il papà esca di prigione e in attesa di capire di quale parte di mondo si è cittadini. Di sicuro Ganbo come tutti gli altri una patria del cuore l’ ha trovata già. È la lingua italiana e la sua letteratura della quale d’ora in poi faranno parte, con pieno diritto.
Mario De Santis


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